« Il momento di decidere » Omar Battisti

Prendo come emblematica la scadenza delle prossime elezione europee. Qui si deciderà quale strada verrà presa per continuare e far esistere una vita civile, dove l’altro non sia solo una minaccia da eliminare, ma anche un estraneo da cui farsi contaminare. È catastrofismo questo? È reale, piuttosto.

C’è una via che viene calcata molto alacremente da una buona parte delle persone: ciò che non posso controllare e non rientra nei ranghi non ha diritto di cittadinanza e quindi la sola cosa che merita è la totale eliminazione, non solo dalla scena pubblica, ma anche dalla vita di ciascuno. Questo vale per gli immigrati, le donne, i disabili e ogni altra categoria che può prendere il posto di un sintomo di cui volersi sbarazzare senza andare tanto per il sottile, verso cui incanalare un odio e un rigetto viscerale. È questione di contingenza quale sia il bersaglio di turno, all’interno di una logica di discorso dove l’odio per ciò che non sta al suo posto viene eletto a capopopolo.

C’è un’altra via, forse più folle della precedente, di lasciare che le cose seguano il proprio corso facendosi spettatori impotenti e vittime della propria indecisione. Anche qui ci sono molte persone che si prestano a questo scenario, che stanno comodamente in bilico su questo abisso come aspettando di essere spinti. Tentativo di suicidio?

I termini del ‘900 lasciamoceli alle spalle. Con Jacques Lacan si potrebbero indicare queste due vie come quella del padre o del peggio (1), essendo anche quest’ultima non imboccata da lui “per una questione d’onore. Si tratta del senso di una pratica che è la psicoanalisi” (2).

Ma tra la freddezza e la follia

Ci dev’essere una terza via

Cantava Bennato (3) molti anni fa, profeticamente.

Una terza via legata ad una formazione la cui etica non è fissata da un Ideale cieco e feroce a tutto ciò che non rientra nei cavicchi e si ammassa “senza legge” (4) nei non-luoghi del contemporaneo. Ma si tratta di un etica orientata proprio da questo reale. Ora, dire etica basta già per riempirsi la bocca di buoni propositi, mentre la posta in gioco è quella di una formazione che permetta di praticare l’arte di improvvisare la propria vita, di andare oltre ogni volta al proprio non volerne sapere niente della “causa del suo proprio orrore di sapere, staccato da quello di tutti” (5). Tra il padre e il peggio, che vanno da sé, ogni volta è da inventarsi e creare un vacuolo, uno spazio eterotopico, non utopico, dove mettere in atto una scelta forzata senza garanzia alcuna di riuscita. Piccole cose del quotidiano che possano aprire orizzonti inediti a destini tragicamente segnati dai propri fantasmi, dalla propria debilità o dal proprio delirio di onnipotenza. Spesso questo non si traduce in atti eroici o chissà quali exploit, ma molto più difficilmente in una disciplina nel parlare che tenga conto dei possibili effetti del proprio dire.

Mi riferisco ad una vignetta che ho trovato illuminante: un uomo parla ad una moltitudine di persone, lui è in cima ad una tavola sospeso sopra un abisso e quelli che ascoltano lo istituiscono (tenere in piedi è uno dei significati di istituire da cui istituzione), stando tutti sull’altra estremità come contrappeso, tranne uno che se ne va. Ora, non si tratta di farne cadere uno per farne arrivare un altro, ma di sovvertire una logica. Il voto è ridotto a indagine di mercato. Occorrerebbe fare in modo che le decisioni in politica non siano dettate esclusivamente dalla profezia dei sondaggi, ma sostenuta da un’etica personale consona al vivere democratico. Penso al Sindaco di Riace Mimmo Lucano,  al medico di Lampedusa Pietro Bartolo, all’europarlamentare Judith Sargentini.

Non ho vissuto la guerra ma ne porto gli effetti dalle parole dei miei genitori e nonni che l’hanno attraversata. Anche i discorsi possono uccidere, allora che il voto di maggio 2019 sia orientato pensando alle conseguenze che può scatenare, non sperando di soddisfare i propri voti.

 

(1) Cfr. Paola Bolgiani, « Arginare il pericolo per la civiltà » Il padre o il peggio?, in Politica lacaniana, Rosenberg & Sellier, Torino 2018, pp. 95-102.

(2) J. Lacan, … o peggio, in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p.539.

(3) E. Bennato, Non è amore, L’uomo occidentale, Warner Music Group 2003.

(4) J. Lacan, Il seminario. Libro XXIII. Il sinthomo, Astrolabio, Roma 2006, p. 134.

(5) J. Lacan, Nota italiana, in Altri scritti, op. cit., p. 305.

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